Prefazione
Raccomando con vivo convincimento la lettura di questa piccola ma efficacissima biografia del Padre Girotti. Vi emerge non un “santo” stereotipato tipo le “figurine Panini”, ma un “uomo”, dai forti tratti di carattere e profondamente figlio del suo tempo, ma parimenti completamente dedito allo studio della Parola di Dio ed alla pratica della carità; il tutto nella ricerca, non facile né gratuita, di una sintesi vitale, tra umanità e Vangelo, tra studio e impegno, tra fede e vita.
La virtù di Padre Girotti non ha potuto improvvisarsi eroica nei sei mesi di internamento a Dachau: essa era stata preparata e forgiata fin dagli anni dell’adolescenza e della giovinezza, nei quali si affinava il suo desiderio di conoscere la Bibbia, insieme all’edificazione di un equilibrio umano non scevro di contrasti con superiori forse più attenti alla “lettera” che allo “spirito”.
Certo con il suo spirito egli percorreva già negli anni giovanili itinerari di conformazione al Vangelo che rinveniva nel comandamento della carità la palestra privilegiata in cui declinarsi in tempi difficili e confusi.
Non sono pochi coloro che sono portati a considerare gli attuali come tempi particolarmente ostici. Ripercorrere i decenni nei quali Padre Girotti è diventato uomo e “martire” è particolarmente utile per ridimensionare paragoni impropri e smorzare la diffusa voglia di lamenti: la crisi economica che ci attanaglia e pone a dura prova i progetti e le speranze di generazioni di giovani, e che non deve essere sottovalutata, può rinvenire nella vicenda umana e cristiana di Padre Giuseppe non pochi motivi, più che di conforto, di stimolo a rimboccarci le maniche per non fare mancare, da parte di nessuno, il contributo di cui ciascuno è capace e perciò responsabile.
Padre Girotti non si è tirato indietro di fronte agli immani problemi e alle drammatiche sfide del suo tempo, né ha considerato il male imperante come destinato a vincere per sempre. Pur consapevole della piccolezza della sua persona e dell’impari confronto tra il bene che gli era possibile e le atrocità del campo di Dachau, non ha esitato a fare la sua parte di evangelico bene. Come d’altronde in precedenza, all’inizio della persecuzione contro gli ebrei, non aveva avuto dubbi sulla parte dalla quale schierarsi, pur consapevole dei rischi cui sarebbe andato incontro; né da giovane frate aveva ritenuto indegno di un intellettuale votato allo studio e all’insegnamento della Sacra Scrittura mescolarsi con i “poveri vecchi” di Torino, ai quali portare il suo buonumore ed un servizio tanto modesto quanto sincero.
Egli non si è arreso di fronte ai vari “inizi” davanti ai quali è stato posto dalla Provvidenza: le sfide nuove, i paesaggi inediti, le frontiere dell’umano che hanno manifestato in Dachau la drammatica sintesi e l’atroce culmine non l’hanno trovato impreparato o riottoso; il Vangelo è stato la sua bussola, la Parola di Dio il suo faro, il comandamento della carità la sua stella polare.
Il “martirio” di padre Girotti non è stato un frutto spontaneo, ma il risultato di una maturazione spirituale che ha bruciato le tappe senza negarsi tortuosità e dubbi. Per questo la sua figura riserva una forte carica di “modernità” che si impone a chiunque abbia la ventura di incontrarne la testimonianza, che anche questo libretto si propone di aggiornare e divulgare. È indubbio merito di questa iniziativa editoriale “scomodare” noi, cristiani di oggi, forse troppo presi dalle lamentele sui tempi difficili in cui siamo chiamati a vivere, a misurarci con le esigenze del Vangelo e la sua capacità di fare fiorire anche nei terreni più ostici il fiore della carità e la palma del martirio.
Si tratta di specie botaniche di cui i nostri tempi hanno un bisogno estremo. Oggi forse saremmo più indulgenti di fronte alle intemperanze del giovane frate che gli sono costate sanzioni ed emarginazione; non ci manchi il coraggio di prendere sul serio la sua testimonianza di “martire della carità”. Perché “tutti i santi muoiono d’amore. Moriranno anche di qualche infermità, ma essenzialmente muoiono d’amore. Essi giungono ad una pienezza, ad una sovrabbondanza, ad un arricchimento tale d’amore, che ad un dato momento questo amore non può più essere contenuto nei limiti della persona” (A. Paoli). Si tratta di una “misura alta” della vita cristiana con cui, senza retorica ma neanche pavidità e alibi, non possiamo evitare di confrontarci, anche grazie a questa bella biografia di Padre Girotti.
+ Giacomo Lanzetti, Vescovo di Alba
Un ragazzino spavaldo e determinato
{phocagallery view=category|categoryid=1|imageid=157|float=left}Un giorno, presso la scuola elementare situata ad Alba in Via Accademia, un’umile donna al termine delle lezioni stava pazientemente attendendo che i suoi tre figlioli comparissero sulla soglia dell’edificio scolastico. Arrivò per primo Giuseppe, il maggiore, che le chiese immediatamente di tenergli la cartella. Quando l’ignara madre si accinse a soddisfare la sua richiesta, il ragazzo si diresse nuovamente verso la soglia dell’edificio da cui, proprio in quel momento, stavano uscendo altri alunni colpevoli di aver molestato e picchiato, probabilmente durante la ricreazione scolastica, i due fratelli più piccoli di Giuseppe il quale, senza dar tempo alla madre di intervenire, pareggiò il conto con i piccoli bulli con un’improvvisa serqua di cazzotti.
“Brutto monellaccio! – gli urlò la povera donna – Guarda che figura mi fai fare: sembra che sia venuta apposta per tenerti il sacco mentre tu combini le tue bricconate!”.
Quel ragazzino, così spavaldo e determinato, si chiamava Giuseppe Girotti e circa trent’anni dopo il fatto qui riportato, dopo essere entrato nell’Ordine dei Frati Predicatori, sarebbe morto nel lager di Dachau, per aver dato aiuto e ricetto agli ebrei, crudelmente perseguitati dal regime nazista del Terzo Reich e dalla Repubblica di Salò.
Se diamo un breve sguardo d’insieme alla vita di questo eroico frate domenicano ci accorgiamo subito che la sua esistenza è trascorsa in un arco di tempo che contraddistingue uno dei periodi più travagliati che la storia umana ricordi, anzi, di per se stesse, basterebbero ad evidenziarlo le date di nascita e di morte: il nostro Giuseppe infatti è nato ad Alba il 19 luglio 1905 ed è morto a Dachau il 1° aprile 1945, nella domenica di Pasqua.
Trentanove anni di vita dunque trascorsi tra le due guerre mondiali che hanno tristemente caratterizzato il secolo XX e che il Domenicano ha vissuto nella loro spaventosa completezza, sviluppando quel profondo senso di carità cristiana che l’avrebbe sempre contraddistinto ed al quale il frate darà la sua estrema testimonianza con la palma del martirio nel più antico dei lager tedeschi.
{phocagallery view=category|categoryid=1|imageid=13|float=left}Figlio di Celso Girotti e di Martina Proetto il nostro Giuseppe, si è detto, venne alla luce il 19 luglio 1905 nella cittadina di Alba, in provincia di Cuneo, ed undici giorni dopo fu battezzato nella parrocchia di San Lorenzo.
Fin dalla sua più tenera età ricevette un’educazione prettamente cristiana e nell’ottobre 1911 iniziò a frequentare la scuola elementare. Nei primi tre anni di frequenza, sotto l’insegnamento scolastico della maestra Ferrio, il profitto fu buono ma negli altri tre anni (allora le classi elementari si articolavano in sei anni), con l’alternarsi alla guida didattica dei maestri Pezzuto, Dalmazio e Paganelli, i voti divennero mediocri, in particolare quello del comportamento: 7 in condotta in quarta elementare ed 8 nelle due classi successive.
{phocagallery view=category|categoryid=1|imageid=160|float=right}{phocagallery view=category|categoryid=1|imageid=162|float=right}Come abbiamo già visto, sembra che il nostro alunno non avesse problemi nel risolvere le proprie questioni con i compagni di scuola usando le mani, anche in presenza dei propri famigliari, e probabilmente i tre maestri suddetti non nutrivano troppa pazienza e comprensione per questa vivacità forse un po’ troppo aggressiva, ma in realtà per dare una spiegazione plausibile a questa brusca inversione di rendimento comportamentale occorre tener d’occhio il periodo storico che si stava vivendo e quale influenza poté avere sul nostro ragazzino. {phocagallery view=category|categoryid=1|imageid=14|float=left}Il 1915, anno in cui Giuseppe ha terminato la quarta elementare, l’Italia ha preso parte alla Prima Guerra Mondiale ed il padre Celso è dovuto partire per il fronte, nonostante i suoi 40 anni. Non c’è quindi alcun dubbio che questo fatto abbia influito negativamente sul comportamento del ragazzo il quale, con ogni probabilità, specialmente nell’ambito scolastico, si è per così dire ritrovato nel ruolo di capo-famiglia e si è sentito in dovere di proteggere ad oltranza i suoi due fratelli minori, Giovanni e Michele, in particolare dalle prepotenze dei compagni più grandi.
Verso un cammino di consacrazione
Il 9 maggio 1912 al nostro Girotti fu amministrata la Cresima dal Vescovo diocesano mons. Giuseppe Re e nello stesso giorno ricevette anche la prima Comunione, secondo le usanze allora in vigore. Grazie all’educazione religiosa che gli era stata impartita dai genitori divenne ben presto un assiduo chierichetto del duomo di Alba e quando, allo scoppio della Prima Guerra Mondiale, dovette partire per il fronte anche il sagrestano di tale chiesa, Giuseppe fu per così dire assunto dal parroco in qualità di sacrista, dietro il compenso di piccole somme di denaro.
Con ogni probabilità il canonico Andrea Fassino, prevosto del duomo di Alba, intendeva aiutare in tal modo la povera Martina Proetto la quale, dal momento in cui suo marito era stato richiamato sotto le armi, si trovava nella necessità di sfamare tre figli in tenera età con il suo umile lavoro di sarta e di ricamatrice. In ogni caso è proprio questo il periodo in cui si fece strada nella mente del Girotti l’idea di abbracciare la vita religiosa: pare infatti che lo stesso parroco gli avesse promesso il suo interessamento perché venisse accettato nel seminario di Alba, anche se in quella scuola il nostro Giuseppe non riuscì mai ad entrare, probabilmente a causa della retta.
Nell’estate del 1918, in seguito ad un triduo di predicazione, conobbe un frate domenicano che gli propose di iscriversi nel Piccolo Seminario dei Frati Predicatori, che aveva sede nel loro convento di Chieri, proposta che il Girotti accettò con entusiasmo. Prima di mettere in atto questo progetto che, come vedremo, contrassegnerà in modo radicale tutta la sua vita futura, Giuseppe dovette tuttavia attendere che il padre Celso fosse ritornato dal fronte e quindi egli entrò nel Piccolo Seminario, detto anche Collegino, il 5 gennaio 1919, all’età di tredici anni.
{phocagallery view=category|categoryid=1|imageid=126|float=left}Soffermiamoci per un breve istante su questa scelta e mettiamola a confronto con il periodo epocale che il Girotti sta vivendo: il primo grande conflitto mondiale è da poco terminato ed il nostro Giuseppe, benché ancora fanciullo e residente in un comune lontano dal fronte di guerra, ha vissuto questa immane tragedia umana in modo diretto, vedendosi privare del padre per più di tre anni proprio nel periodo della vita in cui la figura paterna acquista per il fanciullo una maggior importanza, e vivendo durante questo lungo periodo di assenza del genitore in una dignitosa indigenza. Tra l’autunno del 1918 ed i primi mesi del 1919, quasi a prolungare la tragedia della guerra, l’Italia come tutto l’occidente europeo, è stata vessata dalla tremenda epidemia spagnola, cosìsoprannominatadalla nazione in cui ha avuto origine, che ha causato un elevato numero di decessi sia tra la popolazione infantile che tra quella adulta. Nulla di strano quindi che per un ragazzo ormai prossimo all’adolescenza il convento potesse rappresentare un tentativo di rifugio contro le tristi vicissitudini del mondo esterno, nonché un mezzo pratico per vivere sempre in modo sereno e dignitoso e per poter continuare gli studi dopo le classi elementari, privilegio all’epoca generalmente negato alla gente di umile condizione. Se consideriamo inoltre che anche i due fratelli minori, Giovanni e Michele, tra il 1918 ed il 1924 entrarono a far parte della popolazione scolastica del suddetto Collegino, l’ipotesi dell’ambito luogo sicuro dove poter studiare in relativa tranquillità economica, anche senza nutrire una vera e propria vocazione religiosa, prende sempre più corpo.
Ma per il nostro Giuseppe questa supposizione risulta del tutto priva di fondamento: egli provava indubbiamente nell’intimo un profondo desiderio di dedicarsi alla vita ecclesiastica e pertanto si lasciò completamente attrarre e conquistare dal mondo conventuale e comunitario che il suo nuovo ambiente di formazione spirituale ed intellettuale gli proponeva.
Mentre i suoi fratelli infatti fecero presto ritorno in famiglia, Giuseppe frequentò nel collegio domenicano di Chieri, tra il 1919 ed il 1922, le classi ginnasiali riportando al termine di tutti gli anni scolastici un’eccellente votazione (le medie finali recepite dai registri scolastici di quel tempo oscillano tra l’8 ed il 9, in un sistema di valutazione che ha il numero 10 come punta massima).
Cosa era mai successo nella vita di Giuseppe per trasformare l’alunno vivace e mediocre di qualche anno prima in uno studente così brillante e diligente?
Indubbiamente il ritorno del padre dalla guerra, la maggior comprensione da parte degli insegnanti, la stessa possibilità di potersi dedicare agli studi senza ulteriori preoccupazioni famigliari ed economiche avranno senz’altro influito positivamente sul comportamento e sul profitto di questo giovane studente, ma è anche altrettanto evidente che il nostro adolescente si era perfettamente ritrovato nella scelta religiosa che aveva compiuto all’età di tredici anni e nell’ambiente domenicano si stava in lui sviluppando quell’attitudine alla ricerca meticolosa ed alla riflessione che lo porteranno in seguito a divenire uno stimato studioso della Bibbia.
Il 22 settembre 1922 il Girotti, nella chiesa di San Domenico di Chieri, veste ufficialmente il bianco abito dei Frati Predicatori e quattro giorni dopo partirà alla volta del convento di Santa Maria della Quercia di Viterbo, dove all’epoca venivano riuniti tutti i novizi domenicani dell’Italia.
Cominciava per il nostro Giuseppe quel cammino religioso che si sarebbe concluso quasi 23 anni dopo nel campo di Dachau, con la palma del martirio.
Sacerdote sulle orme di San Domenico
Dopo aver completato i suoi studi a Viterbo ed in seguito a Fiesole, il Girotti è nuovamente a Chieri, dove dà prova di essere particolarmente versato nello studio del latino e della Sacra Scrittura ed il 3 agosto 1930, nella stessa Chiesa, in cui quasi otto anni prima è avvenuta la sua vestizione religiosa, il nostro Domenicano è ordinato sacerdote. La sua prima Messa solenne volle celebrarla ad Alba: infatti rimase sempre affezionato alla sua città natale e agli antichi conoscenti. Notevole la scambievole stima e comunicazione di idee con il teologo-filosofo don Natale Bussi. Nel 1931 sostiene con approvazione l’esame di Lettorato (titolo accademico che all’epoca abilitava all’insegnamento nelle scuole domenicane) e tra il 1932 ed il 1934 frequenta a Gerusalemme la prestigiosa École Biblique, fondata dal Padre M.J. Lagrange. {phocagallery view=category|categoryid=1|imageid=19|float=left}{phocagallery view=category|categoryid=1|imageid=123|float=left}Tra il 1934 ed il 1938 insegna esegesi, lingua ebraica, latino e Sacra Scrittura presso il convento domenicano di Santa Maria delle Rose di Torino e nel giugno 1935, dopo aver sostenuto presso la Pontificia Commissione Biblica l’impegnativo esame in Scienze Bibliche, consegue il titolo di Prolita (licenziato) in Sacre Scritture. Il 13 dicembre 1937 il nostro Frate riceve dal Capitolo Provinciale dei Domenicani l’incarico di continuare il commento generale della Bibbia, iniziato dall’insigne teologo della casa pontificia, Padre Marco Sales O.P., deceduto l’anno precedente. A questo compito il Girotti si dedica con particolare impegno, tanto è vero che già nel 1938 darà alle stampe il Commento ai libri Sapienziali e nel giugno 1942 pubblicherà il Commento al libro di Isaia, entrambe opere di ampio respiro che gli frutteranno l’approvazione generale degli studiosi della Bibbia e delle più alte gerarchie ecclesiastiche, compresa quella del pontefice Pio XII. {phocagallery view=category|categoryid=1|imageid=163|float=left}Il nostro Domenicano, tuttavia, oltre ad essere particolarmente dotato per lo studio e per l’insegnamento, ha sempre posseduto uno spiccato senso caritativo, come hanno affermato concordemente tutti i testimoni durante il processo canonico avviato, come vedremo, nel 1988 dall’Arcivescovo di Torino. Tralasciando gli episodi della sua infanzia o dell’adolescenza che potrebbero essere scambiati per degli aneddoti agiografici, mi sembra molto importante mettere in evidenza che il nostro Frate, per tutto il periodo in cui è stato professore presso lo Studium domenicano di Santa Maria delle Rose, ha sempre frequentato in modo assiduo e continuativo il vicino ospizio denominato Poveri Vecchi, per dedicarsi agli anziani soli o abbandonati benché, come abbiamo visto, in questo arco di tempo i suoi impegni siano stati diversi e tutti particolarmente gravosi. “Nell’anno in cui l’ebbi professore – ha affermato un frate predicatore che è stato in quel periodo allievo del Padre Girotti – notai che il suo insegnamento era uno dei più gradevoli; mostrava di essere ben preparato e condiva l’insegnamento con battute allegre... In lui spiccava la carità all’interno della comunità specialmente verso gli allievi... Fuori del convento si applicava molto ai poveri vecchi dell’ospizio vicino. Andava sovente quando era libero dagli impegni di scuola e di studio, i quali non ne subivano detrimento”. {phocagallery view=category|categoryid=1|imageid=131|float=left}Il nostro Domenicano possedeva inoltre un temperamento ilare e scherzoso, piuttosto noncurante di determinate prescrizioni che si riferivano esclusivamente al comportamento esteriore del frate, come ad esempio la compostezza dell’abito, la rasura, il silenzio imposto in determinate situazioni o in certi luoghi del convento, regole che infatti verranno modificate nel 1968 dal Maestro Generale dell’Ordine, Padre Aniceto Fernandez, seguendo le direttive del Concilio Vaticano II. Fu proprio questo suo spirito indipendente e precursore dei tempi, tuttavia, che lo portò assieme ad altri suoi confratelli a scontrarsi inizialmente con le idee rigoriste di determinati frati predicatori residenti nella Provincia domenicana di San Pietro Martire ed infine con le massime autorità del suo stesso Ordine. Il 13 settembre 1938 infatti un frate inviava una lettera direttamente al Maestro Generale, Padre Martino Gillet, per informarlo sulle idee, a suo parere, troppo innovatrici che stavano prendendo piede nel convento torinese di Santa Maria delle Rose e nell’intera Provincia ed il Gillet, in risposta a tale lettera, mandava nella Provincia il Padre Agostino Darmanin, rigido canonista, in qualità di Visitatore, ovvero come un vero e proprio ispettore canonico, incaricato di prendere visione di quanto stava accadendo e di riferirlo in modo dettagliato al Maestro Generale. {phocagallery view=category|categoryid=1|imageid=16|float=right}In seguito a tale visita d’ispezione vennero presi duri provvedimenti contro determinati frati giudicati troppo innovatori (provvedimenti per altro non condivisi da altri autorevoli domenicani come ad esempio il Padre Mariano Cordovani, allora Maestro del S. Palazzo) e il Padre Girotti, definito dallo stesso Visitatore “molto buono, servizievole e caritatevole come pochi” il 2 febbraio 1939 fu ufficialmente sospeso dall’insegnamento e trasferito dal convento di Santa Maria delle Rose a quello di San Domenico di Torino.{phocagallery view=category|categoryid=1|imageid=2|float=left} La lontananza del nostro Frate dalla docenza della Sacra Scrittura fu tuttavia di breve durata: nel mese di ottobre del 1939 venne chiamato all’insegnamento presso l’Istituto Missioni della Consolata di Torino e ivi poté dedicarsi al suo incarico di docente fino al 1941 quando i chierici del seminario teologico furono trasferiti alla certosa di Pesio, in provincia di Cuneo, dopo che durante la guerra parte dell’Istituto era stata adibita ad ospedale militare. Infine il Padre Gillet, il 27 ottobre 1942, su richiesta del Padre Provinciale Raffaele Tavano, concedeva nuovamente al Girotti la facoltà di insegnamento presso lo Studium domenicano che nel frattempo, essendo stato il convento di Santa Maria delle Rose di Torino adibito ad ospedale militare, era stato trasferito nel convento di San Domenico di Chieri.
La scelta
È logico pensare che durante la sua permanenza nel convento di San Domenico di Torino il Padre Girotti non abbia più frequentato il ricovero degli anziani Poveri Vecchi situato praticamente nella parte opposta della città ma è indubbio che abbia continuato a svolgere un’intensa attività caritativa. Un sacerdote missionario che era stato suo allievo ha affermato che il frate gli chiese personalmente dei vestiti per la gente bisognosa che lui assisteva, mentre un suo confratello ha asserito che tutte le volte che passava nel convento torinese in cui risiedeva il nostro Domenicano questi gli chiedeva sempre del denaro per i suoi poveri. Lo stesso Priore della comunità, durante i primi anni della Seconda Guerra Mondiale ed in particolare dopo il giorno dell’armistizio, poteva notare che il Padre Girotti giungeva in convento carico di pacchi, sovente in ritardo, e si giustificava di ciò unicamente dicendo:
“Tutto quello che faccio è solo per carità”.
Giuseppe Gastaldi, ex partigiano e autore di una squisita testimonianza riguardante il nostro Domenicano scritta in vernacolo piemontese[1], riferisce tra l’altro di essere stato inviato dal Padre Girotti a Buriasco, nei pressi di Pinerolo, per recuperare per sé e per la propria famiglia, che si trovava nell’indigenza a causa della guerra, una buona scorta di cibo che il frate era riuscito ad accumulare con l’aiuto del Cappellano dell’ospizio.
Padre Girotti quindi, con l’aiuto di altri sacerdoti, praticava durante la guerra una carità squisitamente evangelica, consistente nel procurare alla povera gente angariata dalla fame e dal freddo generi di primaria necessità, quali cibo, vestiti, talvolta piccole somme di denaro. Senza dubbio fu proprio con questa convinzione che lo stesso Priore del convento non ritenne necessario indagare ulteriormente sui frequenti ritardi del nostro Frate o sulla destinazione dei pacchi da lui portati. Ma il Girotti, in particolare dopo la fatidica data dell’armistizio, si era spinto ben oltre e la sua maggiore opera caritativa si svolgeva massimamente nella clandestinità dal momento che costituiva un rischio mortale per chiunque la stesse compiendo: egli infatti portava soccorso e offriva asilo agli ebrei, ai figli d’Israele crudelmente perseguitati dalle forze nazifasciste.
Non è facile al giorno d’oggi ricostruire l’azione clandestina del nostro Domenicano nonostante la capillare indagine compiuta al riguardo dagli stessi Frati Predicatori, proprio a causa del prudente e necessario riserbo con cui il Girotti ha sempre agito in proposito: sappiamo tuttavia che si è occupato di una signorina ebrea di Alba, nipote del rabbino Deangeli di Roma, accompagnandola ad Arona e facendola espatriare in Svizzera sulle acque del lago Maggiore. Dalla ricostruzione storica possiamo renderci conto anche di quale rischio mortale tale evento abbia effettivamente comportato, in quanto il fatto è senza dubbio avvenuto nel settembre 1943 e con ogni probabilità i due sono giunti ad Arona il giorno 15 di quel mese, ovvero nello stesso giorno in cui una divisione SS, la Leibstandarte Adolf Hitler, aveva iniziato ad occupare le ridenti cittadine di Meina e di Arona per dare inizio alla prima strage degli Ebrei compiuta sul suolo italiano. Le truppe della Leibstandarte, che il 13 settembre 1943 avevano già occupato Baveno, tra il 15 ed il 23 settembre trucidarono con efferata crudeltà 54 persone ebree. I cadaveri di sedici di esse furono gettati nel lago ed alcuni di questi corpi nei giorni seguenti furono visti galleggiare vicinissimi alla riva. I militari tedeschi tuttavia impedirono qualsiasi tentativo di recupero: le salme pertanto furono nuovamente trasportate al largo e vennero squarciate a colpi di baionetta per facilitarne l’affondamento definitivo.
Le acque di quello stesso lago, per la ragazza ebrea protetta dal Padre Girotti, rappresentarono invece una provvidenziale via di fuga: ella infatti riuscì ad imbarcarsi ad Arona ed a giungere sana e salva in Svizzera. Questa vera e propria operazione di soccorso e di salvataggio compiuta dal nostro Frate parrebbe a prima vista un fatto quasi miracoloso, specialmente se si tiene conto che i due avrebbero momentaneamente preso alloggio presso l’hotel Sempione di Arona proprio nello stesso giorno in cui una pattuglia di militari tedeschi vi aveva fatto irruzione ed aveva arrestato quattro persone ebree che, in seguito, vennero tutte ferocemente trucidate. Occorre tuttavia tener presente che le squadre naziste agivano a colpo sicuro, in base a delle precise delazioni o addirittura a delle liste di proscrizione estorte ai vari uffici dei comuni occupati e questo spiegherebbe la ragione del mancato arresto del Girotti e della ragazza ebrea che, essendo appena giunti ad Arona, non erano affatto conosciuti in tale luogo.
Incisiva e commovente è la testimonianza pubblica dell’avvocato ebreo Salvatore Fubini pronunciata a Torino il 25 aprile 1959, durante l’inaugurazione della lapide in ricordo di Padre Girotti, collocata nel chiostro del convento di San Domenico: “Chi ha l’onore di parlare dinanzi a Voi... fu un perseguitato dal nazifascismo che perdette diciotto dei suoi famigliari in quegli orribili campi di sterminio in cui doveva terminare il suo apostolato l’indimenticabile Padre Girotti... Egli fu mio amato compagno di studi e doveva provvidenzialmente darmi asilo in quel periodo infausto nel benedetto Collegino di Carmagnola... In quella casa io fui accolto come ordinò Gesù... Nel rustico edificio di Carmagnola trovai la più squisita ed affettuosa e disinteressata delle ospitalità”.
Lo stesso Fubini, in altra occasione, ha affermato che il nostro Domenicano, con l’aiuto dei suoi confratelli, ha dato rifugio a diversi altri ebrei perseguitati dai nazifascisti ma al momento attuale della maggior parte di loro si è persa ogni traccia.
Sappiamo invece che ha aiutato e nascosto il professore ebreo Giuseppe Diena, insigne medico gastroenterologo e libero docente presso l’Università di Torino, noto in tutta la città come medico dei poveri per l’aiuto che questo eccezionale uomo di scienza era solito dare alla gente bisognosa, e che proprio sul Diena si è imperniata tutta la diabolica trappola ordita dalla polizia fascista che ha portato, con l’aiuto di un traditore, all’arresto del Padre Girotti e dello stesso professore.
Lasciamo che sia la testimonianza del figlio Giorgio a narrare la tragica cattura del Diena e del nostro Frate: “Mio padre, ebreo di nascita, era noto per il suo antifascismo che lo aveva portato in carcere da parte del Tribunale Speciale. Subito dopo l’8 settembre fu quindi necessario lasciare la nostra casa in Via Mazzini 12, trovando ospitalità, credo proprio per interessamento del Padre Girotti, in un primo tempo presso delle suore... e successivamente, a seguito di una segnalazione di pericolo nella villa di nostri amici. Dopo pochi giorni mio fratello Paolo ed io raggiungevamo le formazioni partigiane di Giustizia e Libertà in val Pellice... L’11 ottobre 1944 mio fratello cadeva in uno scontro con le forze tedesche. Ho saputo della cattura di mio padre verso la fine di novembre sentendo per caso una mamma che era venuta in val Maira a trovare il figlio, dirgli: ‘Hanno preso il prof. Diena’. Noi vivevamo con un nome di battaglia ed io dovetti in silenzio raccogliere la notizia, senza far trapelare quello che stavo vivendo in quel momento. Subito dopo la liberazione ho cercato di ricostruire quanto era accaduto. Mio padre, nel suo assoluto isolamento, aveva più volte ricevuto visite dal Padre Girotti... Il 29 agosto 1944 Padre Girotti ricevette una telefonata... Ho potuto ricostruire con una certa sicurezza, che gli era stato detto che c’era un partigiano ferito cui occorrevano urgentemente cure da una persona di fiducia, e questa persona poteva essere il Diena, medico chirurgo. Sulla macchina che attendeva di fronte alla Chiesa vi era effettivamente una persona sul sedile posteriore con un braccio fasciato. Padre Girotti, non potendo pensare ad una così infame mistificazione, ma certamente convinto di dare aiuto a chi ne aveva bisogno, fece trasportare il ferito. La loro macchina era seguita a distanza da altre tre o quattro, anch’esse occupate da forze fasciste della Repubblica Sociale. Alla villa la porta venne aperta essendo stato riconosciuto Padre Girotti... Al cospetto di mio padre chi accompagnava il ferito gli chiese ‘Lei è il professor Diena?’. Alla risposta affermativa scattò l’operazione di cattura, essendo stata nel frattempo la villa completamente circondata. Vennero portati alle Carceri Nuove, ognuno su una macchina separata, la signora, suo figlio (ovvero gli effettivi padroni della villa che avevano dato ricetto al Diena – N.d.T.), Padre Girotti e mio padre. La signora è rimasta incarcerata per circa venti giorni... Il figlio è stato inviato nel lager di Bitterfelm, da cui è rientrato dopo la liberazione. Mio padre è stato ucciso a Flossenbürg il 2 marzo 1945 (a bastonate, mentre stava imboccando un povero vecchio sfinito dalla consunzione – N.d.T.). Padre Girotti è morto a Dachau il 1° aprile 1945.
Pochi giorni dopo la liberazione mi venne segnalato che ad Asti era stato fermato un repubblichino che si era vantato di aver partecipato alla cattura del prof. Diena. Recatomi alle carceri di Asti potei procedere a un breve interrogatorio di questa persona, di cui non ricordo il nome, che mi confessò che in quell’occasione, organizzata dalla Questura fascista di Torino, aveva recitato la parte del partigiano ferito”.
[1] GASTALDI G., Padre Giuseppe Girotti 1905-1945, un frà piemontèis màrtir a Dachau, Turin, november 2000.
Martire a Dachau
Il Girotti fu quindi arrestato il 29 agosto 1944, a Torino, dalla polizia fascista, in base ad uno stratagemma che faceva leva proprio sulla carità cristiana del frate.
Ma chi informò la questura dell’attività clandestina del frate, e soprattutto chi poteva essere a sua volta così bene informato da rivelare anche il nome del prof. Diena che il Girotti stava effettivamente proteggendo?
Padre Egidio Odetto, il domenicano allievo del Padre Girotti che nel 1959 ne scrisse per primo una breve biografia[1], afferma testualmente: “Puntualmente, come vuole l’insopprimibile legge dello scontro del bene e del male nelle umane vicissitudini, a fianco dell’intrepido religioso si profilò un Giuda che gli giurò odio per tanto zelo di religiosa commiserazione”. In base alla conoscenza attuale dei fatti è comunque impossibile ricostruire con certezza cosa sia realmente accaduto: la delazione – questa è l’unica cosa certa – comunque ci fu e, come dimostra la stessa dinamica dell’arresto, fu precisa e circostanziata. Chi si è prestato a questo tradimento conosceva bene il Girotti ed era bene informato riguardo alla sua attività clandestina.
Il Padre Girotti quindi, come si è detto, fu rinchiuso nelle Carceri Nuove di Torino ed ivi rimase per circa tre settimane. Durante questo breve periodo il Padre Balocco, priore del convento torinese di San Domenico, si recò più volte all’albergo Nazionale di Piazza San Carlo, in cui aveva preso sede il comando locale della Gestapo, per intercedere per la liberazione del nostro Frate dal momento che il comandante di allora Schmidt era un austriaco cattolico, ma senza ottenere alcun risultato. Il 21 settembre 1944 il Girotti venne incolonnato con altri prigionieri nell’androne del primo braccio delle Nuove per essere trasferito temporaneamente nel lager di Bolzano ed in quell’occasione conobbe don Angelo Dalmasso, un giovane sacerdote, arrestato per aver celebrato la Messa durante la notte di Natale tra i partigiani stanziati sui monti Cuneesi, che condividerà con il nostro Domenicano tutti gli orrori del campo di Dachau. A Bolzano la prigionia si rivelò sulle prime meno dura da sopportare, tanto è vero che in una sua testimonianza lo stesso don Dalmasso definisce questo campo di detenzione “una breve parentesi di relativa tranquillità”. I due religiosi furono assegnati alla raccolta delle mele nei frutteti lungo l’Adige e, tra gli altri detenuti, il nostro Domenicano ebbe la ventura di incontrare il comandante partigiano Franco Ravinale, originario di Alba, con il quale poté scambiare ricordi e confidenze riguardo alla comune città natale. Nella tradizionale festa della Madonna del Rosario, proprio mentre i due religiosi stavano recitando questa pia orazione, venne dato l’ordine dell’adunata generale e corse immediatamente voce tra i prigionieri che era giunta l’ora di partire per la Germania. Contrassegnati con il triangolo rosso i due sacerdoti furono condotti alla stazione ferroviaria di Bolzano e qui vennero stipati con diversi altri detenuti sui carri bestiame per essere trasportati, dopo un viaggio durato un giorno ed una notte, nella cittadina di Dachau, un pittoresco paese poco distante da Monaco di Baviera che ebbe la tragica sorte di vedere sorgere nel proprio territorio comunale il più antico di tutti i lager nazisti. Lasciamo che sia don Dalmasso a narrarci la loro drammatica entrata in questo campo di detenzione:“Padre Girotti ed io eravamo in testa con i nostri abiti religiosi che ci erano stati restituiti poco prima della partenza. Un militare germanico si avvicinò a Padre Girotti e dopo avergli strappata violentemente di mano la valigia cominciò ad urlare ed a malmenarlo. Parlava in tedesco e non capivamo. Un prigioniero vestito con una certa cura si avvicinò a me e in latino mi disse che bisognava lasciare tutto e spogliarsi completamente, conservando solo le scarpe: noi due religiosi per primi! Padre Girotti mi ricordò la decima stazione della Via Crucis e iniziammo assieme l’umiliante operazione sotto una pioggerellina d’ottobre penetrante fin nelle ossa”. Era il giorno 9 ottobre 1944 e dopo questa aberrante accoglienza i due sacerdoti vennero assegnati alla baracca 25 del lager di Dachau e furono contrassegnati con il loro numero di internamento, ovvero 113355 per quanto riguarda il Padre Girotti e 113285 per don Dalmasso. In questa baracca trascorsero la quarantena che durò praticamente fino alla fine del mese. Durante le quarantene che venivano messe in atto in tutti i campi di concentramento tedeschi, è bene metterlo in evidenza, il detenuto trascorreva un lungo periodo di isolamento in cui non poteva lavorare e quindi non aveva diritto alle pur magre razioni di cibo che erano distribuite ai deportati che svolgevano la loro opera all’interno del lager. Il prigioniero veniva quindi lasciato languire per un periodo più o meno lungo con un vitto giornaliero scarsissimo. Al termine di questo sfibrante periodo i due religiosi furono trasferiti nella baracca 26 riservata agli ecclesiastici e affollata in modo inaudito: basti pensare che nonostante fosse stata costruita per ospitare poco più di 180 persone, nella sua struttura originale ne conteneva in realtà 1.090 nonostante una stube, ovvero uno dei quattro padiglioni in cui era stata suddivisa, fosse stata adibita a Cappella per la celebrazione delle funzioni! Venne quindi assegnato loro un lavoro ed il Girotti dovette svolgere la sua opera nel plantage, ovvero una vasta tenuta agricola che vantava tra i propri azionisti i maggiori dirigenti del partito nazista quali Himmler e Goebbels. Qui il nostro Frate fu costretto ad estrarre, usando solamente le proprie mani, le patate dai magazzini ossia profonde fosse riempite di tuberi e poi ricoperte di terra, che funzionavano praticamente come giganteschi frigoriferi per la conservazione degli ortaggi. D’inverno, ovviamente la terra era ghiacciata e le mani si ferivano e sanguinavano. Il lavoro inoltre doveva essere eseguito a carponi, senza un attimo di sosta, praticamente dall’alba al tramonto, sotto la pioggia, la neve, le sferzate degli aguzzini addetti alla sorveglianza, molte volte con gli abiti inzuppati dall’acqua. In queste condizioni di lavoro così disumano non tardarono a comparire i primi sintomi delle malattie che lo portarono ben presto ad agonizzare nel revier, la terribile infermeria del campo in cui imperversavano sui prigionieri malati il prof. Schilling ed il dottor Rascher, due medici criminali che conducevano esiziali esperimenti sui detenuti ricoverati. Il Girotti accusò quasi subito un forte dolore lombare unito ad una febbre alta e, grazie all’aiuto di un certo mons. Sperling, di nascosto dai tedeschi poté essere visitato da un medico cecoslovacco, anche lui detenuto nel lager, che gli riscontrò un principio di nefrite e di artrite. Per l’interessamento di questo medico gli fu sospeso il lavoro nel plantage e fu adibito a fare asole alle tende militari e ad attaccare bottoni, attività quest’ultima che fu interrotta verso la fine di febbraio dallo scoppio di un’epidemia di tifo petecchiale che causò la morte, in tutto il lager, di circa diecimila internati e che, tuttavia, non colpì il nostro Domenicano. Ma la fine del Padre Girotti era ormai prossima: nonostante il lavoro meno sfibrante a cui era stato sottoposto, il male di cui soffriva si aggravò e dal 1° marzo 1945 dovette restare in baracca tormentato da dolori reumatici e da gonfiori alle gambe. Dopo circa due settimane, il gonfiore si era ormai esteso a tutto il lato destro del corpo. Lo stesso medico cecoslovacco, che aveva sollevato il nostro Frate dal duro lavoro del plantage, lo fece trasferire in infermeria sotto la sua cura e, dietro esame radiologico, gli diagnosticò un probabile carcinoma. Nel frattempo fu tolto dalle cure del medico cecoslovacco e fu affidato ad un medico tedesco. Durante la permanenza in infermeria, per circa una decina di giorni, il nostro Frate fu assistito dal Padre Manziana (poi Vescovo di Crema), anche lui detenuto nel lager e ricoverato nel revier, fino al Mercoledì Santo quando il Manziana venne dimesso. Benché fosse ormai molto sofferente non sembrava ancora giunto in punto di morte, perciò quando il 1° aprile 1945, Domenica di Pasqua, giunse la notizia del suo decesso si pensò immediatamente che la fine del Domenicano fosse stata accelerata con una iniezione venefica, come si era soliti agire nel revier di Dachau con i malati considerati inguaribili o comunque ingombranti, bocche inutili da sfamare. Invano, alla notizia della sua morte, don Dalmasso, Padre Manziana ed il domenicano Padre Roth di Colonia ne ricercarono il corpo allo scopo di identificarne la salma,si è però sicuri che il cadavere del nostro Frate non venne incenerito perché i forni crematori avevano cessato di funzionare da circa tre mesi per mancanza di combustibile: il Padre Girotti fu quindi sepolto in una fossa comune sul Leitenberg, una collina che sorge a circa tre chilometri dal campo di Dachau.
Con che spirito il Padre Girotti trascorse la sua breve permanenza (poco più di cinque mesi) nel lager bavarese? Nel limite del possibile, per quanto sorprendente possa sembrare, egli non cessò di praticare la carità cristiana e di dedicarsi ai suoi studi biblici. Aveva infatti stretto amicizia con un pastore luterano con il quale, nei rari momenti di libertà, discuteva dei problemi riguardanti la Sacra Scrittura e pare che proprio a Dachau avesse iniziato a preparare un commento sul libro del profeta Geremia. Tenne inoltre due conferenze sulle virtù teologali, mentre il 18 dicembre 1944 scrisse una poesia in latino per la commovente ordinazione sacerdotale del diacono tedesco Karl Leisner, amministrata clandestinamente all’interno del lager da mons. Piquet, Vescovo di Clermont Ferrand, anche lui internato nel campo di detenzione bavarese. Il Leisner, da tempo malato di tubercolosi, si spegnerà nel sanatorio di Planegg il 12 agosto 1945, pochi mesi dopo la liberazione. Il 21 gennaio 1945 ormai gravemente malato, il nostro Domenicano pronunciò in latino un’omelia sull’unità dei cristiani, a noi felicemente pervenuta. Sappiamo inoltre che, quando il lavoro e la salute glielo permettevano, si ritirava a pregare nella Cappella che la Gestapo, per espresso interessamento della Santa Sede, aveva permesso di instaurare nel blocco 26 e che ogni mattina, alle 4 circa, partecipava alla Messa e riceveva la Comunione. Per quanto riguarda la carità che il frate, nonostante le vessazioni da lui subite, ha praticato anche tra i reticolati elettrificati del lager, è quanto mai illuminante questa testimonianza rilasciata da don Dalmasso: “Restammo una ventina di giorni nella baracca della quarantena, quasi completamente nudi e con un cibo scarsissimo... Un giovane prigioniero, anziano del campo, venne a cercare Padre Girotti, era il Padre Leo Roth, priore dei Domenicani di Colonia, da vari anni internato a Dachau. Portò al Padre Girotti un pezzo di formaggio.
Padre Girotti che si consumava come tutti per la fame, se ne privò, lo diede a me dicendo: ‘Tu sei più giovane e ne hai più bisogno’. Lui aveva 39 anni, io ne avevo 24. Sento ancora adesso il rimorso di quella porzione di formaggio, ma era la sopravvivenza”. Per renderci maggiormente conto di quanto potesse essere costato al nostro Frate questo atto caritativo, basti pensare che don Paolo Liggeri, sacerdote deportato a Dachau con la stessa imputazione del Girotti che ha avuto la straordinaria forza d’animo di tenere un vero e proprio diario di prigionia, ha scritto in tale memoriale, pochi giorni dopo la morte del Domenicano: “Io non so come sia stato. Oggi, era tale lo spasimo della fame, che per un attimo mi è sembrato di poter addentare e gustare anche la carne umana. Non so come sia stato. Ora fremo di ribrezzo”[2]. Come è stato in seguito suffragato da diversi studi psicologici condotti a tale riguardo, lo scopo principale dei lager era quello di distruggere l’individuo non solo nel corpo ma anche nello spirito: il prigioniero infatti, prima di morire, non solo doveva sfinirsi nel lavoro bestiale che gli veniva imposto fino allo stremo delle sue forze, ma distrutto dalla fame e dalla paura doveva trasformarsi a poco a poco in un essere irrazionale ed istintivo, molto più simile ad un animale selvatico che non ad un essere umano. Solo in questo caso si poteva essere sicuri che le idee che avevano portato il prigioniero ad essere un nemico del Terzo Reich non sopravvivessero alla sua fine carnale. Ma è proprio su questo terreno che il lager, scontrandosi con una personalità così forte e risoluta come quella del Girotti, ha perso la sua battaglia più significativa: ben lungi dal ridurre un uomo di fede al puro stato di sopravvivenza animale ne ha, al contrario, messo in evidenza la coerenza, la cultura, l’eroica fedeltà ai principi religiosi, tanto è vero che appena la notizia della morte del frate si diffuse per il campo, una mano ignota scrisse presso il suo giaciglio San Giuseppe Girotti, a riprova della stima che il Domenicano godeva presso i suoi stessi confratelli di detenzione.
Quattro settimane dopo la morte del nostro Frate, domenica 29 aprile 1945, alle ore 17,20, i primi reparti dell’esercito americano entravano vittoriosi nel lager e il giorno seguente tutto il campo di Dachau brulicava di bandiere di ogni nazionalità: sulla baracca 26 sventolavano i colori pontifici. Con la mancata distruzione di determinati registri di detenzione si è potuta reperire l’Häftlings-Personal-Karte del Padre Girotti ovvero la sua scheda personale di prigionia, sulla quale troviamo scritto:
VERHAFTUNGSGRUND: UNTERSTÜTZUNG AN JUDEN
ovvero “Ragione dell’arresto: aiuto agli ebrei”.
Umanità, santità e martirio: l’iter per la beatificazione
Per una contingenza della storia, il lager è diventato il testimone più incisivo dell’opera caritativa della propria vittima.
Il 2 giugno 1945 bussava al convento di San Domenico di Torino don Angelo Dalmasso e consegnava la cintura di cuoio, un piccolo scapolare del Frate ed un fascio di manoscritti che il Girotti aveva compilato proprio durante la prigionia di Dachau. Chi prese in consegna questi pochi e preziosi oggetti si limitò a ricevere il sacerdote scampato alla deportazione sulla porta e dei manoscritti compilati con tanto sacrificio dal nostro povero Domenicano si perse ogni traccia.
Il 20 marzo 1988, su richiesta della Provincia domenicana di San Pietro Martire, il Card. Ballestrero, allora Arcivescovo di Torino, avvia il Processo Canonico per la beatificazione del Padre Giuseppe Girotti, tuttora in corso.
Nel 1995, nel 50° anniversario della sua morte, il nostro Frate predicatore è stato ufficialmente dichiarato “Giusto tra le Nazioni”, la massima onorificenza tributata a chi ha aiutato gli ebrei durante le persecuzioni e la medesima organizzazione Yad Vashem ha fatto incidere il nome di Padre Girotti sul muro del Giardino dei giusti a Gerusalemme.
Come si può definire in conclusione Padre Girotti?
Un attento e profondo studioso della Bibbia? Un coerente ed eroico testimone della carità cristiana? Un religioso geniale che ha saputo precorrere i tempi in virtù del suo spirito altruista ed intuitivo? La sua figura, esaminata da diverse angolazioni, può effettivamente mettere in mostra tutti questi aspetti della personalità, ma egli fu essenzialmente un uomo di fede che, dopo aver compiuto la sua sostanziale scelta di vita, la sostenne coerentemente con lo studio della Sacra Scrittura e la pratica incessante della carità, fino al punto di scendere in campo, durante il tragico periodo della Seconda Guerra Mondiale, a fianco degli ebrei perseguitati e di condividere con i fratelli maggiori di Israele tutte le sofferenze, fino alla consumazione dell’estremo sacrificio.
Un autentico martire della carità!
Il 27 marzo 2013 Papa Francesco ha autorizzato la Congregazione dei Santi a pubblicare il decreto sul martirio del Padre Giuseppe Girotti.